Quello del Friuli Venezia Giulia è un osservatorio privilegiato non solo per la vicinanza fisica con i nuovi mercati, soprattutto quelli dell’Europa centro- orientale e via mare anche con quelli di Cipro, Malta e del sud-est asiatico, ma anche per la capacità delle imprese, soprattutto quelle friulane e della Venezia Giulia, di esportare.

Sono state senz’altro fra le imprese che hanno consentito all’Italia di essere primo, secondo, massimo terzo partner commerciale praticamente in tutti i paesi dell’Europa centro-orientale.

Molte di queste hanno già anche deciso di delocalizzare in alcuni dei paesi che sono diventati membri.

Infine ricorderei anche i rapporti storici che la pubblica amministrazione, i governatori, gli imprenditori, in senso più ampio i cittadini del Friuli Venezia Giulia hanno avuto con i paesi dell’Europa centro-orientale.

Da questo osservatorio privilegiato si possono desumere quali sono i sentimenti, le considerazioni, che sono scaturiti a seguito dell’allargamento avvenuto: beh senz’altro che vi sono alcune minacce ed altre prevalenti opportunità da sfruttare.

Comincerei dalle minacce.

Ci sono problemi per  gli autotrasportatori perché è stato deciso di liberalizzare immediatamente il cabotaggio su gomma ed i costi degli imprenditori dei paesi nuovi membri sono sensibilmente più bassi di quelli italiani.

Quindi in tutta l’area del nord-est si subisce oggi una pesantissima concorrenza per quanto riguarda l’autotrasporto.

Per quel che concerne gli aiuti all’agricoltura è stato scelto un periodo di estensione progressiva degli aiuti ai nuovi membri determinando uno spostamento di risorse ai paesi dell’Europa centro-orientale.

Sono arrivate meno risorse ai quindici membri storici e quindi anche alle Regioni del nostro territorio.

I fondi strutturali, altro problema: è chiaro che per estendere il sistema di aiuti tramite fondi strutturali ai nuovi membri si è avuto un calo della media del reddito pro-capite europeo e una riduzione di fondi a favore delle regioni italiane.

Con gli investimenti dell’Europa occidentale nei paesi dell’Europa centro-orientale, con i trasferimenti di conoscenze e tecnologie, anche le industrie di quell’area sono diventate più competitive da un punto di vista della qualità dei prodotti o del contenuto tecnologico.

Conseguenza: prodotti di pari qualità ma con prezzi più bassi.

Ma su questo tornerò perché ritengo che questo aumento della competizione  sia stato in parte salutare.

Parlerei di uno shock competitivo che è necessario alla impresa italiana che ha inciso sulla qualità e l’efficienza.

Fra le opportunità, senz’altro le  più rilevanti riguardano le esportazioni: stiamo facendo bene, ma possiamo fare ancora meglio migliorando sensibilmente la qualità.

La delocalizzazione ancora più spinta  ha contribuito al processo di desertificazione e al trasferimento di conoscenza.

L’ultimo comparto che cito è quello del turismo che in genere viene trascurato.

Settantacinque milioni di nuovi abitanti dell’Unione europea con un reddito che è cresciuto e sta ancora crescendo significa  milioni e milioni di potenziali turisti che potremmo attrarre nel nostro paese ed in particolare nel Friuli Venezia Giulia, che è la regione più vicina sia con le sue località di mare che quelle di montagna.

Ahimè un’opportunità che avevamo e che abbiamo perso è quella di avere più risorse umane da utilizzare nelle imprese, soprattutto nel nord-est dove c’è una certa tensione. Sono molte le imprese che non crescono, vuoi perché mancano terreni sui quali costruire le imprese stesse o aree artigianali e industriali attrezzate, vuoi perché mancano risorse umane.

Accennavo prima alla necessità di avere un shock competitivo.

Si dice che qualche decennio fa degli scienziati fecero un esperimento e misero da un lato una rana in un contenitore con dell’acqua fredda per poi metterla sul fuoco, dall’altra presero un’altra rana e la buttarono direttamente nel- l’acqua bollente.

La rana buttata nell’acqua bollente schizzò fuori e quindi si salvò, quella messa nell’acqua fredda non si accorse che si stava riscaldando e alla fine morì bollita.

Ecco le imprese italiane e l’Italia nel suo complesso rischia di fare la stessa fine.

Con una perdita di competitività che è di qualche frazione di punto ogni anno rischiano di morire bolliti, anzi direi che siamo quasi lessi, in questa sorta di crescente competizione che arriva soprattutto dall’estero senza un governo che tuteli produzioni e aziende e con un Europa che impone vincoli che hanno il sapore della vessazione.

Gli imprenditori quando si sono resi conto che l’acqua scotta hanno reagito in termini di innovazione, riorganizza- zione dei loro processi produttivi e di miglioramento della qualità nel suo complesso, dal prodotto al packaging ecc.

Per difendersi il Friuli Venezia Giulia ha avviato un programma per costituire un’ euroregione che include la regione italiana del Veneto, la Carinzia, le regioni slovene e due regioni in Croazia.

Tutto questo se da una parte ha favorito la integrazione di questi Paesi e lo sfruttamento della attività di esportazione, dall’altra ha accentuato i processi di delocalizzazione di produzioni per quelle imprese che non cercano tanto o non solo manodopera a costi più bassi ma soprattutto manodopera tout court e condizioni fiscali e infrastrutturali migliori.

L’euroregione ha consentito anche una più stretta collaborazione di tipo istituzionale fra le diverse regioni.

In conclusione vorrei dire che l’allargamento a est da opportunità che poteva essere vede oggi molte più ombre che luci per il nostro Paese, per il suo sistema produttivo, agroalimentare soprattutto.

Il processo di allargamento, se allargamento doveva essere, necessitava di una maggiore gradualità e attenzione.

Potrebbe offrire pure delle grandi opportunità in termini di export ma per questo occorrerebbe un’altra classe dirigente, come per tutto in questo Paese.

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