Dove esportare?
Ovvero quali Paesi scegliere prevedendo e driblando le crisi internazionali?

Sono pochi coloro che nello scegliere il Paese target per l’export prendono in considerazione la situazione geopolitica che cambia ad una velocità impressionante in Europa e fuori:

  • Libia, Venezuela, Corea del Nord, scontro frontale Stati Uniti – Cina, embargo verso l’Iran, la Russia sono solo alcuni degli esempi di un contesto internazionale che sembra essere sempre più instabile che ha inevitabili ripercussioni sul business (sia questo export, investimento o produzione).

La conseguenza, la deduzione logica è chiara: un’azienda prima di scegliere su quale mercato puntare non basta che faccia un ottimo “scouting commerciale” deve valutare con molta attenzione quella che è l’evoluzione geopolitica internazionale.

Non tener conto di questo aspetto, come la Libia ed il Venezuela insegnano (ultimi esempi di una lunga casistica), può portare alla débâcle, al fallimento.

Quindi l’instabilità come si vede ha effetti sull’export, sulle imprese, sulla decisione di internazionalizzare e soprattutto su dove e come farla.

Alla luce di quanto appena detto appare scontato che l’export italiano abbia registrato un picco verso gli USA, uno dei luoghi politicamente più stabili del mondo e con una presidenza Trump che vedeva di buon occhio l’attuale governo fino al “Memorandum con la Cina”.

Ora pure qui ci potrebbero essere delle conseguenze “rebus sic stantibus” (se rimangono così le cose) e un innalzamento dei dazi si è verificato.

Affermazioni di poco più di 10 giorni quelle di Ettore Prandini, presidente della Coldiretti secondo cui sotto gli strali dei dazi “è finito circa la metà (50%) degli alimentari e delle bevande Made in Italy”.

A seguire quelle di Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia, il quale ricorda che gli Stati Uniti “sono il nostro primo mercato di esportazione extra europeo, ma ulteriori barriere daziarie e non alle nostre esportazioni concorrerebbero ad aumentare il fenomeno dell’Italian sounding sul mercato statunitense, che già oggi ne detiene il primato negativo con oltre 23 miliardi di dollari di falso Made in Italy venduto”.

Detto questo il mercato americano è in flessione? No e gode di ottima salute per un motivo molto semplice: il “made in Italy” di qualità è più forte e notizia di una settimana fa è cresciuto del 6,7% nei primi mesi di quest’anno.

Un altro aspetto che riguarda la geopolitica è quello delle rotte marittime e dei porti nonostante influiscano in maniera determinante sui rischi di export.

Esempi calzanti al riguardo sono:

  • quello avvenuto durante la Guerra del Golfo (Persico) degli attacchi al traffico petrolifero da parte dell’aviazione di Saddam Hussein – ed i missili Silkworm iraniani –  che dimostrano come si possa gravemente ostacolare il traffico marittimo anche senza unità di superficie.
  • Le navi cargo assalite dai pirati lungo le coste della Somalia, del Kenya o delle Seychelles con sequestro degli equipaggi.

I costi dell’export via mare in simili condizioni nella migliore delle ipotesi salirebbero alle stelle nella peggiore sarebbe quello di perdere tutto il carico salvo il fatto di rivalersi sulle assicurazioni (se ben fatte).

Non è un caso che la Cina espande la sua marina d’alto mare e cerca di avere basi e porti un po’ dappertutto lungo le rotte dell’export e dell’import cinese.

Non è comunque compito di questo articolo fare una disamina completa delle crisi internazionali presenti oggi e che hanno ripercussioni sull’export ma solo quello di dirti di cominciate a fare lo scouting commerciale considerando questi fattori, geopolitici e strategici, perché se non lo fai ti farai male e tanto.

Alla luce di quanto sopra, devi fare un bel confronto tra i vari mercati candidati.

Una volta scelto il mercato, devi intraprendere tutte le possibili azioni tese a minimizzare i rischi residui a cominciare dalla scelta della compagnia navale.

Il mondo è cambiato e con esso il mercato, interno e internazionale e la ricerca pedissequa di qualche cliente valida fino a ieri non solo non basta più ma è del tutto inefficace.

Questo non significa che non si debba fare internazionalizzazione ma che lo si deve fare con competenza.

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