Turkmenistan, non solo idrocarburi.

Turkmenistan, non solo idrocarburi.

Il Turkmenistan può contare su riserve accertate pari a oltre 17mila miliardi di metri cubi (tcm) – il 9,3% dell’ammontare globale – la quarta dotazione mondiale dopo quelle dell’Iran, della Russia e del Qatar, l’Uzbekistan di riserve pari a 1,1 tcm e il Kazakistan di 1 tcm.
La capacità produttiva annua delle tre repubbliche centro asiatiche, però, si discosta vistosamente da questi dati: il Turkmenistan nel 2016 ha prodotto solamente 66,8 miliardi di metri cubi (bcm) di gas naturale, l’Uzbekistan 62,8 bcm e il Kazakistan 19,9 bcm.
Avere un forziere energetico pieno non basta. La costruzione dei gasdotti deve tenere conto di fattori di natura geopolitica, oltreché commerciali e di natura finanziaria, che possono rendere complesso se non addirittura impedirne del tutto la realizzazione.

Detto ciò nel tentativo di ridurre la dipendenza dagli idrocarburi, il Governo turkmeno sta cercando di diversificare il tessuto economico. Si intendono sviluppare alcune industrie leggere quali ad esempio quella tessile.

L’interscambio Italia – Turkmenistan ha raggiunto nel 2016 i 605 milioni di euro (fonte Istat) con un +60% rispetto ai 377 milioni registrati nel 2015. Nella graduatoria dei Paesi fornitori dell’import turkmeno, nel periodo gen-ago 2017, l’Italia risulta al 7° posto posizione mentre è al 3° come paese cliente dell’export turkmeno; nel 2016 era seconda dietro la Cina ma prima di Turchia e Russia.

I principali prodotti del Turkmenistan importati dall’Italia sono petrolio greggio e prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio, nonché tessuti, prodotti tessili e filati. Mentre i maggiori prodotti esportati dall’Italia in Turkmenistan sono macchinari per impieghi generali e speciali, aeromobili, macchine lavorazione metalli, macchine utensili, motori, generatori e trasformatori elettrici.

Si aprono dunque interessanti prospettive per l’esportazione verso il Turkmenistan di macchine, beni strumentali e per l’industria, macchinari per impieghi generali e speciali, aeromobili, macchine lavorazione metalli, macchine utensili, motori, generatori e trasformatori elettrici.

Da parte turkmena l’interesse è rivolto, oltre ai settori sopracitati, anche a sviluppare ed approfondire opportunità di affari legate al settore alimentare, agroindustria, ambiente, conceria, florovivaismo.

Secondo alcune stime, il Turkmenistan possiede le quarte riserve al mondo di gas nonché importanti giacimenti petroliferi.

Il potenziale di risorse energetiche e’ quindi significativo edancor in gran parte non sfruttato. Esistono notevoli opportunità per le imprese della filiera energetica.

L’economia turkmena sta crescendo in questi anni ad un tasso medio intorno al 10%, con un aumento significativo della domanda, soprattutto quella legata agli investimenti. Sulla base delle stime elaborate dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) la crescita del PIL turkmeno per il 2017 e 2018 dovrebbe prevedibilmente registrare tassi superiori rispettivamente al 1.5% e al 2.5%.
L’interscambio con l’Italia e’ in costante crescita e sempre più numerose sono le imprese del nostro Paese che fanno affari e mostrano interesse verso questo mercato.

(fonti ICE e EASTWEST)
L’export ci ha salvato e ci salverĂ …purchĂ© cresca piĂą velocemente.

L’export ci ha salvato e ci salverĂ …purchĂ© cresca piĂą velocemente.

 

Premettendo che è l’export che ci ha salvato e ci salverĂ , l’Italia ha perso la bellezza di due posizioni nel commercio internazionali dal 2007 al 2017.

Noi siamo cresciuti è vero ma gli altri Paesi sono cresciuti di più, più velocemente e meglio organizzati.

Ma «ha perso in competitività, cedendo il terreno a concorrenti più numerosi e molto più aggressivi»? Certo ciò ha contribuito ma mai come l’incapacità da parte del governo centrale di avere una vision, una strategia ed un modello di business, fare sistema.

Il Paese come al solito si tiene grazie agli italiani capaci di affrontare con coraggio il domani consapevoli del fatto che un reale sostegno da parte dello Stato non c’è.

  • Non solo food, vino e moda: a fare la parte del leone sulle rotte commerciali nel 2017 è il settore della meccanica strumentale, seguito da quello degli autoveicoli, dei prodotti farmaceutici e dell’abbigliamento.
  • tra il 2007 ad oggi, il valore economico dell’export nostrano è aumentato, passando da 364 a 411 miliardi, nello stesso periodo la quota di mercato mondiale del nostro paese si è ridotta, perdendo due posizioni, passando dal 7° al 9° posto. Ben poca cosa in relazione alle reali possibilitĂ  del Paese.
  • L’export dei primati è anche l’export inespresso. Non è un paradosso ma lo stato dell’arte del nostro commercio estero: 417,1 miliardi di euro di esportazioni e 51,5 miliardi di avanzo commerciale nel 2017, massimi storici, ma un numero di esportatori che resta basso, troppo per il potenziale che potremmo esprimere. Ma i margini di crescita se lo Stato cominciasse a pensare in termini di crescita e non di difesa sarebbero a tre cifre e non a due come fonti anche autorevoli, vedi il Sole24ore, pensano. La Sace prevede un +4% nei prossimi quattro anni, € 490 miliardi nel 2020, troppo poco per un Paese che deve uscire fuori da una recessione come mai prima dal dopoguerra. Una crescita di questo genere vedrebbe il nostro Paese perdere ulteriori posizioni nell’ambito del commercio internazionale. Per questo non c’è piĂą tempo da perdere.

Come accelerare? Noi proponiamo:

  1. una cabina di regia che il ministro Calenda giustamente intravede nel ministero da lui presieduto, quello dello Sviluppo Economico;
  2. una difesa degli interessi italiani, in primis in Europa, e piĂą precisamente nei confronti di Francia e Germania che da sempre spadroneggiano e saccheggiano il nostro Paese (Libia, acciaierie, gas, grande distribuzione, chimica, asset della moda e del lusso…per non parlare di tutta una serie di accordi commerciali con Paesi terzi a scapito della nostra produzione agricola ecc…), salvo poi rimanere completamente silenti nei momenti cruciali: vedi l’immigrazione, passando per il sequestro dei marò in India, per terminare in questi giorni nella querelle con la Turchia;
  3. la creazione di una catena di distribuzione italiana per l’estero, la sola in grado di garantire un equo compenso ai nostri produttori che troppo spesso pur esportando si trovano in grandi difficoltĂ  vista l’esiguitĂ  dei margini;
  4. dare maggior sostegno alle realtà che riescono a fare massa critica, fondamentale per affrontare il mercato estero e abbattere i costi di internazionalizzazione, come i consorzi  e le reti di impresa;
  5. investimenti importanti per contrastare la contraffazione e l’italian sounding; investimenti che, come dimostra l’esempio del Consorzio Grana Padano, portano ad un sicuro ritorno economico vista la vittoria per via giudiziale di tutte le varie controversie;
  6.  creare degli standard, dei parametri di valutazione oggettivi, in modo da premiare quelle realtà che presentano delle best practises.
L’Euro buonanima è deceduto.

L’Euro buonanima è deceduto.

di Diego Gelmini

Che noia questi cialtroni europeoidi che continuano a sparare minchiate di natura economica senza strumenti minimi di comprensione, sembrano giocatori di golf con la mazza da baseball, quando va bene, o cacciatori di elefanti col battipanni, e fin qui non ci sarebbe nulla di male, senonchè questi dementi governano le nostre tasche, e non è che non si vede. E se possibile per la nostra informazione capita anche di peggio e si spiegano molte cose: il miglior (!!!) divulgatore economico, vice presidente del Sole 24 ore, Sebastiano Barisoni, ha un nuovo sponsor per la sua trasmissione quotidiana: JP Morgan. Ma chi vogliono gabbare ancora??

Problema: c’e’ l’Euro che è un aeroplano che non decolla, scava! Che facciamo? Lo

Sebastiano Barisoni

Sebastiano Barisoni

usiamo come trattore agricolo? Magari si, ma con cosa decolliamo? Sembra una battuta ma è sufficiente a seppellire l’Euro a vita e non girarci in giro con pannicelli, tisane e fregnacce come la doppia velocità. “L’uscita sarà difficilissima …” minacciano, e già perché rimanerci dentro invece è una passeggiata. Allora torniamo alla Lira? Si certo, si parte con la doppia circolazione come in India dove ci sono 14 monete legali e si vivacchia, con quelli bravi (Lombardia) che faranno concorrenza a Frau Strunz Merkel Rottelmayer e al suo amico Martin Friedrich Hans Capò Schulz. E gli altri finiscano pure a vivere nelle baracche come nel dopoguerra attorno a Catanzaro. Si chiama messicanizzazione della democrazia italiana.
La doppia circolazione non è una buona idea e salta all’occhio: l’ha proposta Berlusconi, e basterebbe questo secondo Agatha Christie per offrire la prova della pistola fumante: è una stronzata!
E’ vero ma è una stronzata necessaria, perché per passare da una moneta all’altra ci vuole sempre un periodo di coabitazione, piaccia o meno ai raffinati pensatori che ci hanno accompagnato al disastro, protetti dall’establischment che hanno loro stessi servito con diligenza e reciproca goduria economica.

Ora per evitare che la più parte dei gentili ospiti lettori di queste righe si mettano subito a sghignazzare, più o meno come accadeva 10 anni fa quando scrivevo in DiamociDelNord che l’Euro era una iattura destinata al fallimento, vorrei dare per scontate un paio di cosette ormai note anche alla Signora Pina che gestisce con impegno e senza risultati la mia portineria: l’Euro buonanima è deceduto, e neanche il Padre Eterno di ritorno da Eboli potrebbe resuscitarlo, anche perché i figli di Merkel che puzzoneggiano in giro per l’Europa mai regaleranno il loro surplus commerciale agli altri e mai si accolleranno debiti che non sono loro propri. In secundis, più tardi troviamo una via di fuga all’italiana peggio è per tutti.

Ma una soluzione efficace è sotto il naso e basta poco coraggio. L’immmigrazione ormai e’ solo affare nostro, Bruxelles ci ha elemosinato 30 milioni su un costo annuo di 4 miliardi per far finta di aiutarci. Mentre sei miliardi li ha regalati a quel Nobil Uomo di Erdogan per fare i campi di concentramento e non dar fastidio da noi. E ma che schifo, per dirla con modi mielo-falsi, alla Serracchiani-Boldrini, le nuove furbette del demenziario.

Così è andata che abbiamo finito per accollarci un mare di soldi da regalare alla Libia per tenerseli e un mare di “paghette” giornaliere ai “migranti-risorsa!”, per farli ciondolare in Italia a delinquere, in quanto che … fuori non li vuole nessuno.

BankItalia

BankItalia

Bene allora Bankitalia, settemila dipendenti sperduti dopo l’arrivo della Bce, emetta suoi crediti come facevano le banche con i miniassegni da 100 lire trent’anni fa. Crediti chiamati con un nome di fantasia, un Pluto un Euro. Tutti i miliardi (una decina all’anno tra prebende libiche e paghette) sarebbero emessi da una banca privata che li garantisce, anche se Bankitalia privata non lo è proprio, e non graverebbero sul debito pubblico. Evvai, abbiamo una seconda moneta che circola in Africa ed è garantita dallo Stato Italiano, e ce l’abbiamo senza dover chiedere il permesso a nessuno.

E non è finita, i “migranti-risorsa-iattura” possono raccogliere quei certificati di credito chiamati Pluto e restituirli a Bankitalia per chiedere prestiti per far partire una attivitĂ , oppure possono mandarli a casa per aiutare la famiglia. Ma la cosa bella è che quel credito sarebbe riconosciuto nell’Africa che conta per i migranti, dalla Somalia alla Libia, dove Bankitalia ha propri uffici di cambio, finirebbe in breve ad essere ricercato come valuta pregiata nei Paesi come l’Eritrea che non hanno una valuta propria scambiabile nelle borse internazionali.

Ed essendo una moneta solida, ancorata a uno Stato sovrano, può proliferare con accordi bilaterali con altri Stati: quanto sarebbe disposta a concedere la Turchia per non veder circolare più dollari in certe zone ma monete diverse e da lei controllabili con accordi bilaterali con noi? E gli accordi bilaterali sono quello che è mancato all’Euro e che l’ha portato alla rovina. Quanti Paesi del nord Africa sarebbero contenti di questa nuova moneta mediterranea? Quanto la Russia sarebbe felice di sponsorizzarla per togliersi dai piedi un po’ di dollari e di marchi travestiti da euro? Quanto potremmo investire in Marocco, Tunisia ed egitto in Plutoni sonanti accettati e commercializzati da banche coinvolte nel progetto?

Noi saremmo in quel caso di nuovo una potenza regionale, avremmo una doppia circolazione monetaria da opporre a chi ci vuole vedere nelle condizioni della Grecia, ed avremmo aperto una porta con l’Est Europa finalmente integrata, dove le sanzioni che fanno bene solo a loro e tanto male a noi non potrebbero neppure più essere immaginate, datosi la moneta (i crediti) di scambio comune riconosciuta plurilateralmente.

A proposito di Grecia, Varoufakis prima che Schäuble lo accomodasse alla porta, prendere o morire, stava preparando per i greci una cosa molto simile e tenuta ampiamente sotto segreto. E c’è da aspettarsi che non appena una certa finanza si accorge delle potenzialità del nuovo credito di scambio, sia come strumento di sussistenza che di sviluppo, ricostruito badando a non ripetere i tragici errori dell’Euro, se ne innamori e finisca per imporlo anche agli altri nordisti sostituendo di fatto una porcheria di menti malate che circola sul serio per l’Europa.

Mario Draghi

Mario Draghi

Draghi? Draghi ha fatto ciò che poteva, ma gli manca un esercito, una guardia di finanza e una banca di investimento. Tirare giù soldi dall’elicottero era più efficace che darglieli ad altre banche. Ha fatto ciò che poteva. Requiem.

Friuli Venezia Giulia

Friuli Venezia Giulia

Quello del Friuli Venezia Giulia è un osservatorio privilegiato non solo per la vicinanza fisica con i nuovi mercati, soprattutto quelli dell’Europa centro- orientale e via mare anche con quelli di Cipro, Malta e del sud-est asiatico, ma anche per la capacità delle imprese, soprattutto quelle friulane e della Venezia Giulia, di esportare.

Sono state senz’altro fra le imprese che hanno consentito all’Italia di essere primo, secondo, massimo terzo partner commerciale praticamente in tutti i paesi dell’Europa centro-orientale.

Molte di queste hanno giĂ  anche deciso di delocalizzare in alcuni dei paesi che sono diventati membri.

Infine ricorderei anche i rapporti storici che la pubblica amministrazione, i governatori, gli imprenditori, in senso più ampio i cittadini del Friuli Venezia Giulia hanno avuto con i paesi dell’Europa centro-orientale.

Da questo osservatorio privilegiato si possono desumere quali sono i sentimenti, le considerazioni, che sono scaturiti a seguito dell’allargamento avvenuto: beh senz’altro che vi sono alcune minacce ed altre prevalenti opportunità da sfruttare.

Comincerei dalle minacce.

Ci sono problemi per  gli autotrasportatori perché è stato deciso di liberalizzare immediatamente il cabotaggio su gomma ed i costi degli imprenditori dei paesi nuovi membri sono sensibilmente più bassi di quelli italiani.

Quindi in tutta l’area del nord-est si subisce oggi una pesantissima concorrenza per quanto riguarda l’autotrasporto.

Per quel che concerne gli aiuti all’agricoltura è stato scelto un periodo di estensione progressiva degli aiuti ai nuovi membri determinando uno spostamento di risorse ai paesi dell’Europa centro-orientale.

Sono arrivate meno risorse ai quindici membri storici e quindi anche alle Regioni del nostro territorio.

I fondi strutturali, altro problema: è chiaro che per estendere il sistema di aiuti tramite fondi strutturali ai nuovi membri si è avuto un calo della media del reddito pro-capite europeo e una riduzione di fondi a favore delle regioni italiane.

Con gli investimenti dell’Europa occidentale nei paesi dell’Europa centro-orientale, con i trasferimenti di conoscenze e tecnologie, anche le industrie di quell’area sono diventate più competitive da un punto di vista della qualità dei prodotti o del contenuto tecnologico.

Conseguenza: prodotti di pari qualitĂ  ma con prezzi piĂą bassi.

Ma su questo tornerò perché ritengo che questo aumento della competizione  sia stato in parte salutare.

Parlerei di uno shock competitivo che è necessario alla impresa italiana che ha inciso sulla qualitĂ  e l’efficienza.

Fra le opportunità, senz’altro le  più rilevanti riguardano le esportazioni: stiamo facendo bene, ma possiamo fare ancora meglio migliorando sensibilmente la qualità.

La delocalizzazione ancora più spinta  ha contribuito al processo di desertificazione e al trasferimento di conoscenza.

L’ultimo comparto che cito è quello del turismo che in genere viene trascurato.

Settantacinque milioni di nuovi abitanti dell’Unione europea con un reddito che è cresciuto e sta ancora crescendo significa  milioni e milioni di potenziali turisti che potremmo attrarre nel nostro paese ed in particolare nel Friuli Venezia Giulia, che è la regione più vicina sia con le sue località di mare che quelle di montagna.

Ahimè un’opportunità che avevamo e che abbiamo perso è quella di avere più risorse umane da utilizzare nelle imprese, soprattutto nel nord-est dove c’è una certa tensione. Sono molte le imprese che non crescono, vuoi perché mancano terreni sui quali costruire le imprese stesse o aree artigianali e industriali attrezzate, vuoi perché mancano risorse umane.

Accennavo prima alla necessitĂ  di avere un shock competitivo.

Si dice che qualche decennio fa degli scienziati fecero un esperimento e misero da un lato una rana in un contenitore con dell’acqua fredda per poi metterla sul fuoco, dall’altra presero un’altra rana e la buttarono direttamente nel- l’acqua bollente.

La rana buttata nell’acqua bollente schizzò fuori e quindi si salvò, quella messa nell’acqua fredda non si accorse che si stava riscaldando e alla fine morì bollita.

Ecco le imprese italiane e l’Italia nel suo complesso rischia di fare la stessa fine.

Con una perdita di competitività che è di qualche frazione di punto ogni anno rischiano di morire bolliti, anzi direi che siamo quasi lessi, in questa sorta di crescente competizione che arriva soprattutto dall’estero senza un governo che tuteli produzioni e aziende e con un Europa che impone vincoli che hanno il sapore della vessazione.

Gli imprenditori quando si sono resi conto che l’acqua scotta hanno reagito in termini di innovazione, riorganizza- zione dei loro processi produttivi e di miglioramento della qualità nel suo complesso, dal prodotto al packaging ecc.

Per difendersi il Friuli Venezia Giulia ha avviato un programma per costituire un’ euroregione che include la regione italiana del Veneto, la Carinzia, le regioni slovene e due regioni in Croazia.

Tutto questo se da una parte ha favorito la integrazione di questi Paesi e lo sfruttamento della attivitĂ  di esportazione, dall’altra ha accentuato i processi di delocalizzazione di produzioni per quelle imprese che non cercano tanto o non solo manodopera a costi piĂą bassi ma soprattutto manodopera tout court e condizioni fiscali e infrastrutturali migliori.

L’euroregione ha consentito anche una più stretta collaborazione di tipo istituzionale fra le diverse regioni.

In conclusione vorrei dire che l’allargamento a est da opportunitĂ  che poteva essere vede oggi molte piĂą ombre che luci per il nostro Paese, per il suo sistema produttivo, agroalimentare soprattutto.

Il processo di allargamento, se allargamento doveva essere, necessitava di una maggiore gradualità e attenzione.

Potrebbe offrire pure delle grandi opportunitĂ  in termini di export ma per questo occorrerebbe un’altra classe dirigente, come per tutto in questo Paese.

Le PMI necessitano di un “metabrand”

Le PMI necessitano di un “metabrand”

Le PMI necessitano di un metabrand perchĂ© rifacendoci alla definizione di Philip Kotler, il guru dell’international marketing, si può dire che con il termine brand si fa riferimento al “nome, termine, segno, simbolo o disegno oppure ad una combinazione di questi al fine di identificare i beni o servizi (product brand) di un’impresa o l’impresa stessa (corporate brand) e di differenziarli da quelli della concorrenza“.

Oggi il brand o marchio ha acquisito, ancora di piĂą, un significato multidimensionale che considera:

  • gli aspetti distintivi;
  • la storia dell’impresa (brand identity);
  • che il consumatore possa facilmente identificarne l’origine e soprattutto attribuirgli un valore simbolico (brand equity).

Le ragione del perché dare valore al brand vanno ricercate in 3 motivi principali:

  • riducono i rischi
  • aumentano l’aspettativa della qualitĂ
  • rispondono a bisogni di prestigio ed emotivi.

Nel caso del “made in Italy” il metabrand, una sorta di marchio collettivo, offre dei vantaggi in piĂą proprio per la sua specificitĂ :

  • accomunando le produzioni si è in grado di offrire un quantitativo sufficiente per i mercati esteri;
  • ottimizzazione delle risorse per il marketing che avrĂ  un solo brand di riferimento da lanciare;
  • maggiori possibilitĂ  per l’ottenimento di finanziamenti;
  • i “buyers” avranno un solo interlocutore quindi una sensibile semplificazione delle trattative commerciali.

Il marchio collettivo ha una funzione di garanzia qualitativa e assicura che il prodotto o il servizio abbia deter- minate caratteristiche in relazione alla:

  • origine, che sia rilevante per la qualitĂ  del prodotto
  • natura, intesa come qualitĂ  che un prodotto deve avere in base alle materie prime utilizzate
  • qualitĂ , espressa nel regolamento d’uso

Tutto questo non può che tradursi in piĂą business ossia piĂą profitti. Ma tutto questo non è che una prima tappa del processo di internazionalizzazione che il Consorzio SAVE ITALY propone alle aziende, consapevole delle potenzialitĂ  straordinarie che ha l’Italia di invadere i mercati mondiali con le sue eccellenze.

X